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Full text of "Vita di Vittorio Alfieri"

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in 2013 



http://archive.org/details/vitadivittorioalOOpetr 



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UNIVERSITY OF ILLINOIS 
URBANA 




VITTORIO ALI URI 



VITA 

DI 



VITTORIO ALFIERI 



SCRITTA 



DA GIOVANNI PETRETTINI 




PADOVA 

TIPOGRAFIA BETTONI 
M. DCGC. XIV 



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VITA 



DI 



VITTORIO ALFIERI 



§ I. Capientemente Vittorio Alfieri nello scrivere la propria 
vita provvide alla sua fama, e Tacerebbe in più cloppj eziandio col- 
l'offrire all'Italia un libro, che per le calde virtù che spira, e per 
l'ammaestramento che dai vizj e dalle vanità di un tant'uomo ogni 
lettore conseguir deve, non è meno utile di quello che in su la pri- 
ma vista dilettevole ci apparisce. Nella ingenuità del racconto, nello 
scherzo costumato e decente, e nella stranezza di mille avvenimen- 
ti forse pareggia quella vita tanto a ragion riputata di Benvenuto 
Cellini, e certo l'avanza nelle giuste e sagaci sentenze, ch'egli da 
domestici casi, come da quelli di altrui sa trarre, porgendo il de- 
stro per tal modo a chiunque l'opra perduta non istima, a giudi- 
care e vie più conoscere l'essenza dell'uomo» Tutti quelli per con- 
seguente, che dei casi d' Alfieri vogliono aver contezza, alle carte 
da lui vergate si volgeranno senz'altro, facendo per loro utile un 
fascio di gran parte di ciò, che del suo ingegno e de'suoi costumi 
per altri fu scritto. Tempo è forse futuro, nel quale qualche felice 
e generoso spirito ragionerà in convenevol guisa ad italiani degni 
d'intenderlo, delle opere di questo grandissimo loro concittadino ; e 
quindi noi pure aspettando stagione migliore torremo dalle sue li- 
nee quel più acconcio ne verrà in taglio ad assolvere meno infeli- 
cemente l'obbligo nostro. 

§ IL II conte Vittorio Alfieri sortì i natali nella città di Asti 9 
il diciassette di gennaio del 1749 ■> e d ebbe per madre la signora 
Monica Maillard di Tournon. Antonio suo genitore di nobile na- 
zione e stato assai sufficiente, morì lasciando tenera di pochi mesi 



quest'unica prole maschile. La madre ancora molto giovane e fre- 
sca fece altre nozze, ed il nostro Vittorio, che sotto la custodia di 
uno zio paterno cominciò a manifestare un 1 indole teucra ed appassio- 
nata, fu ricevuto nell'Accademia di Torino verso la fine del secondo 
lustro. In codesto luogo di educazione, se bene non erano quei forti 
sproni per cui destasi la gioventù, e se stessa traduce ad eccellen- 
za, fu non per ciò quasi sempre il più chiaro, lasciando lunghissimo 
spazio addietro tutti gli altri suoi condiscepoli, e tanto avanzò negli 
studj, che non che le sue, scriveva spesso ancora le lezioni degli al- 
tri, lusingato alle volte dalla cupidigia dell' acquisto di alcuni fan- 
ciulleschi balocchi, e più soventemente ancora costretto dalle busse 
de'prepotenti suoi amici. Volgendo gli anni, andò pure ad udire le 
lezioni di legge nell'Università torinese; se non che la morte dello 
zio, allora vice-re in Sardegna, venne a liberarlo un poco dalla noia 
di questo studio. Arricchito dunque dalla sua pingue eredità, scorso 
l'anno quattordicesimo dell'età sua, non volle più frequentare le let- 
ture legali, e passò ad un altro appartamento dell'Accademia, dove 
godevasi di una educazione molto più larga. Accostatosi quivi con 
molti giovani oltramontani, cominciò ad usar co' peggiori, a vestire 
riccamente, a comperare cavalli, a condurre in somma una vita del 
tutto contraria all'acquisto delle più nobili discipline. Fatto final- 
mente Porta-insegna, esci dopo nove anni dall'Accademia, e andò 
a dimorare nella casa istessa di una sorella, dove cominciò a tenere 
grandissima famiglia, ad essere molto spendente, ed a vivere ne'pri- 
mi tempi così dileggiato, che non avea vermi freno» 

§ III. Partì, dopo alquanto di spazio, alla volta di Napoli in so- 
cietà di altri due giovani forestieri, che con un aio visitavan l' Italia. 
Quasi dimentico di ogni bello studio, poco intendendo la sua lingua 
e sempre usando della francese, gli spiacque Milano, poco rallegrollo 
Firenze, né ammirò così Roma come dovea. Giunto in Napoli, ri- 
mase solo, dove meditando ancora viaggi più lunghi, cominciò ad 
usare tale economia nello spendere, che in sordida avarizia si rivolse 
ben presto. Ma quel suo grande animo liberandolo tosto, riparossi 
in Venezia, che nella prima vista molto gli piacque: non pertanto 
dalla solita noia signoreggiate si ridusse a Genova, e quindi fatto 



passaggio in Antibo, per la strada di Marsiglia e Lione, giunse in 
Parigi. Ivi la barbara maniera del fabbricare, i fetidi fangosi sob- 
borghi, le folte nebbie e le donne poco avvenenti lo infastidirono 
tanto, clie dopo qualche mese di stucchevole dimora, partì per l'In- 
ghilterra in compagnia di un amico. Le strade, i cavalli ed il sesso 
gentile di Londra molto gli piacquero, pure non guari tempo ne 
corse, ch'egli cominciò a trapassare le intere mattine de'suoi giorni 
a cavallo, e nelle lunghe serate compiacevasi a servir da cocchiere 
al menzionato suo conoscente, fermandosi in ogni stagione nell'en- 
trata di quelle case, dove quegli per alcune ore a sollazzarsi an- 
dava. Si recò poscia in Olanda, ed all'Àja sì fattamente di una 
donna si prese, che più avanti di lei non vedeva; separossi all'ul- 
timo non senza gravissimo stento, e ritornò in patria nel suo di- 
ciannovesim' anno, o in quel torno. Ricondottosi a Torino, cominciò 
a scorrere qualche libro francese , ma l' autore che seppe infiam- 
marlo dell'amore di gloria, fu sopra ogn 1 altro Plutarco, che lesse 
e rilesse assai volte di seguito. Fu anche nel punto di menar mo- 
glie, ove una ricca e vaga giovanetta lo avesse voluto a marito. 
Ma ciò per sua grande ventura non avvenne, e ritrovandosi tutto 
solo, con due mila e cinquecento zecchini spendibili di annua en- 
trata, nel 1769 si accinse ad un secondo viaggio per la Germania, 
la Danimarca e la Svezia. Corse di volo queste provincie, s'iimoltrò 
nella Prussia e nella Moscovia, ed a tutta briglia, lasciato il Set- 
tentrione, per Gottinga e Spa rivide l'Olanda, donde dopo lieve di- 
mora, passò di bel nuovo in Inghilterra. Ivi si accese di nobile 
donna, nobile di stirpe ma di cuore assai vile, e pensò di essere 
parimente riamato. E amore, il quale spesse volte è degli uomini 
mortalissimo Iddio, non sorrise benigno a questa fiamma novella , 
ed il nostro Vittorio quasi frenetico restò ferito per ultimo in un 
duello dal marito di questa donna. Quindi esci di quel regno, e per 
la Francia e la Spagna si condusse a Lisbona, dove gli venne ve- 
duto il celebre abate di Caluso, che antico di ben molti anni, vive 
ancora a'dì nostri, a eterna gloria degli studj e del nome italiano. 
§ IV. Indi a non molto per la via di Genova giunse in Torino, 
dove caduto in altra rete amorosa, troppo tardi si accorse di avere 



collocato il suo amore in disprezzabile luogo. A fuggire la noia 
che anche in casa dell'amata donna incalzavalo sempre, cominciò a 
dettare un dialogo tragico fra un Fotìuo, una Lacchesi ed una Cleo- 
patra. Non sapremmo render ragione del perchè usando sempre la 
lingua francese, volle scrivere questa scena italianamente; quindi i 
versi fallati, ridevoli spesso ed inintelligibili. Abbandonò al tutto 
l'impresa, e partì da Torino onde spegnere quell'impura sua fiam- 
ma: ma nulla o poco giovando l'assenza, fece ritorno, e non guari 
dopo risoluto di rompere questa tresca amorosa, pensò di non escire 
di casa, e faceasi legare sopra una sedia da un suo fidatissimo servo. 
Infelicemente così trapassando i suoi giorni, gli cadde in pensiero 
di divenire poeta, e scrisse un sonetto; si volse poi alla cominciata 
tragedia, che assistito dal Paciaudi e dal Tana ridusse a buon fine, 
e col titolo di Cleopatra fece rappresentare con qualche plauso nel 
teatro di Torino. Animato dunque a tentare il più difficile genere di 
poesia, e stesi in prosa francese il Polinice e il Filippo, cominciò 
a scorrere la grammatica italiana e latina, ed a leggere i principali 
poeti. Recossi anche in Toscana a studiare sempre più l'aureo idio- 
ma italiano, stese l'Agamennone, l'Oreste, il Don Garzìa, la Congiura 
de' Pazzi, e tradusse il Sallustio. Dimorando in Firenze conobbe la 
contessa Maria Stolberg d' Albany , che era veramente d' angelico 
aspetto, e di corpo elegante e piacevole. E a queste doti della per- 
sona ottimo paragone faceano quelle dell' animo, che tutto dedito 
a' buoni studj, e con l'esempio e con l'esortazione spronava ogni cuo- 
re non vile all'acquisto di quelle virtù, per cui si viene in fama. 
Questa nobile donna stimandolo degno, insignorì Vittorio dell'amor 
suo, ed egli in effetto non perdonava mai uè a fatica né a studio, 
onde acquistarsi sempre più con quelle ammirabili opere la grazia di 
lei, e tutto immerso in questo pensiero, quasi senza dormire e con 
piccolo sonno conduceva le notti. Quindi noi stessi, che di queste 
sue immortali vigilie il frutto gustiamo , infinite grazie renderemo 
all' indole benefica di una tal donna. E nel vero da qualche genio 
propizio stimiamo protetto chi in questa nostra spinosa carriera s'av- 
viene a donna sentita ed onesta, che per l' altezza della mente e san- 
tità de'costumi bandisca dai nostri cuori tutti i bassi pensieri e le 



tristezze e gli affanni, che cosi spesso accompagnano la vita infe- 
lice. E perchè il solo amor della gloria, e quel più alto de' nostri 
simili non è spesso pur troppo bastante stimolo alle altissime im- 
prese, T innamorato soventi volte per compiacere alla sua donna 
soltanto darà tale saggio di sé, di che prima egli stesso non si sa- 
rìa mai creduto capace. Tali donne adunque confortano e non de- 
viano gl'intelletti dalla cognizione delle cose grandi, e richiamandoli 
alla contemplazione del bello naturale e morale, di che esse sono in 
questa terra il modello, fuggire li fanno da ogni raen che onesto, 
men che generoso pensiere. Ma quanto è grande la loro utilità, al- 
trettanto rado è il rinvenirle, e la contessa d'Albany ha poche pari 
nel nostro mondo : onde Vittorio Alfieri ben fece a volgersi tutto 
a servir questa donna, e a vivere sempre innamorato di lei. 

§ V. Correva frattanto Tanno 1778, e in forza delle leggi pie- 
montesi non potendo più oltre, senza nuove molestie, dimorare lonta- 
no di casa, né scrivere di libertà, come si era proposto, tutto l'avere 
donò alla sorella, e ritenendosi solo mille e quattrocento zecchini di 
annuale pensione, rimase sciolto da ogni legame. E per questa sua 
azione alcuni stimeranno ch'ei sia da maravigliare di grandezza di 
animo, ma non da magnificare di sanità di sapienza, e certo è che 
un tal fatto conseguirà a nostri giorni lode più ampia, che imitazio- 
ne frequente. Del resto, Vittorio Alfieri non venne mai meno a 
quel suo primo fervore, e dettò varie rime in lode della sua donna; 
cominciò poscia il libro del Principe e delle Lettere, e ideò la Ma- 
ria Stuarda, la Rosmunda, Y Ottavia ed il Timoleone» Tutto il suo 
tempo spendeva nello studio utilmente, ed ordinando il tenore della 
sua vita in tal guisa, levò l'animo ed il desiderio dalle cose terre- 
ne, e venne a tanta virtù, che il solo amor della gloria di sé tutto 
lo accese. Fecesi quindi ricco di quelle lettere interne e recondite, 
che si raccolgono nella mente con la forza dell'intelletto, e co'nobili 
studj. E nutritane la migliore e più divina parte di sé, parlar fece 
que'tragici eroi con uno stile sì alto, che al tutto pare che ecceda 
l'umana condizione. E perchè non cape in certi animi ristretti la 
grandezza della natura, e l'animo nostro superbo e invidiarne quel 
che in noi non è, impossibile ci fa parere in altrui; fu scritto per 



molti lo stile nelle tragedie cF Alfieri avere del trasmodato, dello 
scorretto, delF improprio, dello strano, dello strafatto. Ma certo le 
dotte persone non si lasciano andar presi così alle grida, e vorranno 
per se stessi senza ira, né parte giudicare del vero merito di queste 
tragiche composizioni ; e ben fia che sorga chi svilire potrà cotesto 
non meritato oltraggio, rivendicando le più belle opere dell'altissimo 
suo concittadino dalle ingiurie de nostri contemporanei. E bene egli 
vedendo, che Fumana invidia e bassezza è molta, dedicar volle le 
sue tragedie al venturo popolo d'Italia: e se da 1 suoi coetanei non 
cercò lode veruna, attese dai seguenti amplissime benedizioni, ben 
certo già di essersi acquistata eterna fama con quelle opere, che sono 
utili per quella vita, che dopo la morte in questa terra è futura. 

§ VI. Trapassò dunque questi anni di sua età sempre anelando 
di ammaestrarsi da tutti quegli ottimi a cui si avveniva. Affidò an- 
che in Siena la stampa delle sue tragedie ad un suo amico, per no- 
me Francesco Gori, e dettò frattanto la Merope, il Saule e le odi 
sull'America liberata. Ma costretto da impreveduta cagione ad ab- 
bandonare per poco l'amata sua donna, si ridusse in Francia ed in 
Inghilterra; la rivide poscia in Alsazia, ed inspirato da lei stese il 
Panegirico di Plinio, il Dialogo della virtù sconosciuta, la prima Sati- 
ra, i due Bruti, FAgide, la Sofonisba e la Mirra. Ritornò nel 1787 
in Parigi, e fece stampare le sue tragedie nel momento stesso che in 
Kell alcune altre sue opere venivano in luce. Ne dettò anche il suo 
Parere per rispondere a molti Professori pisani che lo sconfortavano 
da quel metodo di favoleggiare, tacciandolo di oscurità, di scostuma- 
tezza e d'inettitudine. Ma con buona pace di questi tali, diremo, do- 
versi distinguere F oscurità biasimevole da quell'artificioso velamento, 
che regna nelle tragedie d' Alfieri. Per ciò poi che spetta all'essere 
quel metodo inetto cagionato per loro sentenza dalla scarsezza de'per- 
sonaggi e dal poco affetto ch'esse tragedie destano nel cuore del- 
l'ascoltante, deesi rispondere, che non vi ha ormai chi non sappia, 
che l'affetto viene menomato dalla copia degli attori, e che l'udi- 
tore di necessità si raffredda quando vede sul palco chi non è ani- 
mato da veruna sublime passione, e senza ragione sta ad udire le più 
volte ciò che un personaggio principale gli confida, solo perchè lo 



spettatore resti avvertito di ciò clie si è operato innanzi alla favo- 
la. Ma quel sublime ingegno del nostro Vittorio con pochi cenni e 
per mezzo della condotta istessa del poema lo rende noto, non pun- 
to diverso dal divino Michelangelo, che con quei tratti di maestro 
pennello offrendoci le figure in certe sue mosse, ne fa conoscere 
eziandio V azione precedente in cui le dette figure, prima del mo- 
mento rappresentato, trovavansi. E quanto agli affetti che dicono 
cffei non sa muovere , noi provochiamo questi Aristarchi a pren- 
dersi la pena di scorrere i Fratelli rivali, la Congiura de 1 Pazzi, la 
Mirra, V Oreste, la Merope, onde se poi con le asciutte ciglia leg- 
geranno i lamenti di Giocasta, di Bianca, di Mirra, di Clitennestra, 
di Merope, noi li conforteremo a volgersi ad altro mestiere. Senza di 
che questi affetti non hanno lor sede nel terribile, nel velato, nel 
cupo, ma forse nello sdolcinato, nel piano e nel molle? Il perchè noi 
terremo sempre da quel grande ingegno del Parini, ed anzi fia gran- 
de acconcio dell'intendimento nostro il riportare quei nobili versi, che 
diretti ad Alfieri suonan così: 

» Come dal cupo ove gli affetti han regno 

» Trai del vero e del grande accesi lampi 

» E le poste a' tuoi colpi anime segno 

» Pien d 1 inusato ardir scuoti ed avvampi! 
Taccierassi forse d' inetta la Virginia, che disposata ad Icilio al co- 
spetto di Roma tutta è trafitta dal misero e deplorabile padre ? O 
quel sublime amore di patria che Agide scalda, o l'altro di libertà 
maraviglioso dei Bruti , o questi due uniti affetti in modo vera- 
mente ideale e degno di tutta lode nel Timoleone? Laonde si do- 
vrà certo a forza esclamare 

» Ah no : più caldi mai né mai più veri 

» Forti divini detti in cor mortale 

» Mai non spirò di libertade il Nume! 
§ VII. Tutti poi questi critici ad una voce gridarono esser di 
pessima morale la più parte di queste composizioni, perchè il vizio 
trionfa e la virtù cade in fondo, ed il tiranno quasi sempre vincendo, 
ne risulta un fine assai tristo. Ma quel primo legislatore della poeti- 
ca, quel sovrumano Aristotele non convalida forse con ampie ragio- 



ni « non doversi mai fare apparire, che un uomo grandemente mal- 
» vagio di felicità trapassi in miseria, perchè una tale costituzione 
» di favola può avere assai del piacevole, e può non muovere né a 
» misericordia né a timore ? >* E per ciò stesso e' non fa buon viso a 
quelle tragedie di lieto fine, che alcuni autori di allora mettevano 
in iscena, nelle quali il vizio rimanendo punito, l'uditore ne parte 
contento, ed il tutto seguendo come dovea di giustizia, ben lieve or- 
ma nella mente di chi ode rimane; dove fatta osservazione ali" in- 
contro, che spesso Tuoni giusto in confronto del malvagio la perde, 
più grave ira invaderà il di lui cuore, e ne trarrà forse un qual- 
che utile ammaestramento. Il perchè Alfieri eziandio per tale fatto 
dovrà anteporsi a molti tragici moderni; e quando pure V Italia o 
pochi o questo solo di esimio in tal sorta poesia ne vantasse, ella 
potria pareggiarsi per V altezza del merito all' abbondanza del nu- 
mero delle altre nazioni. E poiché alla perfezione della tragedia si 
richiede più avanti delle cose accennate, non osserva egli forse tut- 
te le regole che agli scrittori s'impongono? L'azione non ha quel 
moto e rapidità conveniente? Gli affetti gradatamente crescendo non 
preparano l'animo a cose maggiori? I personaggi non sono egli forse 
simili al vero, sostenuti sempre, variati, nobili e grandi? I soggetti 
delle sne favole non sono scelti per avventura con grandissimo ac- 
corgimento, luminosi, celebrati, e la più parte da altri messi in azio- 
ne? E qui ne piace avvertire che il nostro poeta ben sentiva la dif- 
ficoltà del far sue le cose per altri non tocche; non discrepante in 
questo dalla sentenza d'Orazio, che in quel celebre verso della poe- 
tica leggiamo: ben però strano potrà parere ad alcuno, che in altra 
opera cI'àlfieri incontrando quel verso, lo vegga da lui spiegato di- 
versamente. E se quel suo ingegno, che di rado avvenne, dalla detta 
sentenza, come nella Rosmunda, si parte, non fa in modo che lungi 
dal biasimarlo tu lo trovi degno di amplissime commendazioni? Nel 
suo dialogo tragico non è alle volte tanto elevato e sublime, che ne 
disgradi i poeti più rinomati antichi e moderni? E questa sublimità, 
poiché l'argomento è opportuno, odesi inimitabile nel famoso Sanie. 
Ivi tu scorgi l'infelice monarca, maestrevolmente dato in preda a 
due passioni contrarie, che brama e teme, vuole e disvuole ad un'ora. 



in tatto simile a quella Medea di mano di Tirnomaco, nel viso di 
cui tu vedevi l'amore e Podio, la pietade e Tira? Nondimeno v'ha 
chi pretende quegli accessi di frenesia del re d'Israello non potersi 
tollerar sulla scena; ma non sono essi forse meravigliosi e tremendi 
effetti della terribile punizione d'Iddio vendicatore? O recan noia 
maggiore di quegli altri, che fa patire Sofocle al suo Filottete? Pure 
il tedesco Lessing sì bene giustifica la favola antica, che tu hai il 
torto se non la stimi una fra le più belle del greco teatro. Ed in 
effetto il Saule non è guari meno di bellezze in sé contenente, che 
tutte le altre tragedie, di cui abbiamo, poco è, ragionato. 

§ Vili. Ma in quel suo Parere assai di rado il conte Alfieri o non 
mai si volge a lodare la bellezza de 1 suoi componimenti, anzi il più 
delle volte li critica in modo, che lo crederesti nemico giurato di 
se stesso. E questo forse operò artatamente, poiché chiuse la bocca 
a quelli che gli movevan la guerra, e ne mostrò tutti i difetti, che 
sono senza dubbio in tutte le cose, dove la gran virtnde altamente 
si ammira. Levossi soprattutto grave il rumore ragionando del suo 
modo di maneggiare la lingua, e della tempera del verso da lui 
usata, poiché il nostro autore, non trovando di suo gusto in Italia 
un modello di verso tragico, e volendo formarne uno dietro sua idea, 
andò errando lunghissimo tratto. Ove per altro non si voglia aver 
d'occhio a certi primi suoi tentativi , a noi pare di scorgere nello 
stile d'ÀLFiERi, come nelle opere del nostro Urbinate, tre diverse ma- 
niere, e sempre cangiate di bene in meglio. Nella prima, come nel 
Polinice, tu senti in mezzo a mille bellezze dello stentato, del duro 
e del secco, molta imitazione non sempre felice dello stile di Dan- 
te, molta antichità e ruvidezza: così pure il principe della romana 
pittura non sa da principio staccarsi dalla maniera del Perugino, e 
tu sei ben lungi dal predire in lui quella grazia che tanto risplen- 
de nelle celebrate stanze del Vaticano. Continuando nella Congiura 
de' Pazzi e nel Don Garzìa, lo stile è inleggiadrito oltremodo, è più 
maestoso e preciso, s'accosta al piano ed al chiaro, riesce in som- 
ma più facile e puro. Queste mentovate tragedie non si avvicinano 
però alla grave, semplice e facile maniera della Sofonisba o dell'ulti- 
mo Bruto, dove il verso ha sempre una certa pienezza ed amarore 

Al.F. 2 



che piace, ed è lucido, grande, armonioso, breve e sonante. È grave 
sciagura nostra in vero e di Alfieri, ch'egli sin da" primi anni non 
sia cresciuto tenero della sua lingua, e ricercato non ne abbia le più 
recondite bellezze. Spesse volte la voce non sovveniva a quella sua 
estrema rapidità e prontezza, che chiamano estro, e da principio non 
potea proferire quella piena di affetti e quei sublimi pensieri, che for- 
temente agitavanlo. Giunse non pertanto collo studio tenace a conse- 
guire, per sentenza di alcuni, la gloria eziandio della lingua-, e non 
vi sarà certo chi nieghi, che nella sua lingua, in mezzo a qualche 
difetto non risplendano meravigliose bellezze. Ma gl'Italiani pur trop- 
po, sul modo di adoprar questo idioma, dissero tanti e sì strani con- 
cetti, che ormai è impossibile trovarne de'nuovi. Odi dall'una parte 
vagare una voce, che afferma doversi in tutto seguire l'uso del se- 
colo e dettare gli scritti senza studio e fatica, niente o poco conce- 
dersi all'autorità degli antichi, potersi coniare senza ritegno novelli 
vocaboli e modi; ancora derivati da lingue moderne. Senti dal can- 
to opposto levarsi altra voce, che vuole gl'Italiani del nostro tempo 
scrivano in modo del tutto simile a quello del trecento, con vie e 
parole che più non s'intendono, con periodi lunghi lunghi tre facce; 
non doversi per cosa del mondo usare una voce che nella Crusca non 
sia, e con perifrasi e co" fiori della dizione aver da supplire all' in- 
violabile codice. E queste due opinioni nel fatto della lingua sono 
da bandirsi in letteratura, come appunto è da spegnersi in una ben 
ordinata città la popolare licenza o l'atroce tirannide. Un sa^oio 
scrittore deve meditare continuo sulìe opere dei classici scrittori di 
nostra lingua, ma deve dall'altra parte compiacere saggiamente al 
gusto dell'età per cui scrive. E se occorre al poeta un luminoso non 
usato vocabolo, se esprimere dovrà un pensier tutto suo, perchè tol- 
to gli fia l' adoprare un modo novello, sempre però colle convenienze 
dovute? Non guari dissimile da un artefice accorto, il quale avendo a 
scolpire una massa di purissimo oro da eternare le geste di un nostro 
moderno capitano famoso, studiando di trarre bensì dall'antico i mo- 
delli, non tradirà la storia del suo tempo col figurare le frecce e gli 
arièti, solo perchè gli scoppj e i cannoni non conoscendosi un dieci 
secoli fa, non venivano rappresentati. «Si aspiri dunque arditameli"' 



» nel una forbita eleganza, si aumenti, potendo, parcamente la copia, 
» si ricerchi la grandezza maestosa, non si negliga la proprietà signifi- 
» cante, si unisca la brevità alla chiarezza, la varietà alla leggiadria». 
Questo ci pare che Alfieri ripetesse più volte ; ed in effetto certi 
nuovi modi e vocaboli da lui introdotti nel verso sono così espres- 
sivi e vivaci, che spargono molto lame e colore negli scritti. 

§ IX. E quanto al suo stile prosastico, non è certamente pasto- 
so, fiorito e galante, ma sì bene incolto, orridetto e rusticano, non 
però così, che ornato ancora appellar non si possa, appunto perchè 
a suo potere gli ornamenti neglige ; non diverso da quelle donne, 
delle quali recita Marco Tullio, che non recando seco fragranza 
veruna, naturalmente spiravano ottimo odore. Ma queste opere, con 
le chiarissime sue tragedie comparate, per rispetto a quelle assai 
men rilucono; quindi ottimamente egli nel 1790 ristampandole a Pa- 
rigi con ogni studio attendeva onde sortissero quella perfezione con- 
ceduta agli umani lavori. Cominciò anche in Francia a tradurre le 
Commedie di Terenzio, e con qualche lode l'Eneide di Virgilio, ma 
in questa fatica resterà sempre principe Annibal Caro, ove però non 
si voglia aver riguardo alla bontà della traduzione, ina pure a quella 
de' versi. Scoppiò in questo mezzo la rivoluzione di Francia, e con 
grave stento Vittorio riparossi in Firenze. Naturalmente nemico di 
quella nazione, e irato sempre con tutto ciò che sentia del francese, 
vide anche cogli occhi proprj quella deplorabile frenesia, che avea in- 
vasi tutti gli spiriti, e rendeva ogni, cosa pieno di terrore e di morte. 
Fu dunque presso a convertire in rabbia la sua grande ira, e scrisse 
alcuni sonetti, prose, epigrammi, che tutti uniti intitolò il Misogallo. 
Produsse anche le satire al numero di diciassette; ma in questo com- 
ponimento, a grande stupore di tutti, si oiferì minor di se stesso. E di 
fatto nella satira egli non morde altrui con gentil dente, non è alla 
giocosa e rimessa maniera inchinevole, non è sciolto nelle mosse, non 
è assai fornito di similitudini, nel dialogo, nelle sentenze, ne 1 modi 
non è troppo spedito, scorto, girevole, figurato, e quasi sempre si 
mostra troppo acetoso e gagliardo. Giunto con questi studj all'anno 
quarantesimo sesto di sua vita, e vergognando di non intendere la 
lingua greca, cominciò a darvi opera con meravigliosa fermezza, e 



non guari dopo riuscì ad intenderla bastantemente. Voltò dunque per- 
silo piacere in volgare le Rane di Aristofane, i Persiani di Eschilo, 
il Filottete di Sofocle e TAlceste di Euripide. Anzi quest'ultima ope- 
ra di quel virtuoso greco intelletto tanto lo strinse, che dettò un al- 
tra sua nuova tragedia sullo stesso argomento. 

§ X. Compartite quindi con metodo le ore del giorno, alle soa- 
vi discipline tutto si dava, essendo di natura sua poco usante, e 
nulla stimando l'utilità di quelle vive lettere, che si apprendono nel 
conversare: solo si riteneva colla gratissima contessa di Albany, e 
con quel celebre di Caluso, che a lui spesse volte si soleva condur- 
re. Anche nel mille ottocento produsse sei Commedie ad un parto 
eli strana invenzione, e nel metterle in versi, indi a tre anni, tanto 
ebbe a soffrire, che dopo brevissima malattia passò di questa vita 
l'ottavo giorno di ottobre nell'anno cinquantesimo quinto dell'età 
sua. Fu sotterrato in Firenze nella chiesa di santa Croce. Ivi con 
Nicolò Machiavelli, col Galilei e col Buonarroti giace immortale, 
e la tomba maestrevolmente scolpita da Antonio Canova perenne 
monumento s'ammira della gloria italiana. E tutti quelli a cui pal- 
pita il cuore nel petto e li accende a magnanime imprese, quasi in 
devoto pellegrinaggio visiteranno solleciti la tomba d' Alfieri. Colà si 
apprende a destare nella mente un vivo entusiasmo, a disprezzare i 
vili affetti mondani, ad amare la lode sincera, a fuggire le vanità 
letterarie, a divenir dotti non per cupidigia di erudizione, ma per- 
chè il sapere ci guidi a più alta virtude, a non esser avidi di ric- 
chezza, né di onor fraudolento, a non farci servi di false opinio- 
ni scolastiche: se ci piace in somma esser liberi e grandi, in ogni 
stagione e con qualunque fortuna, visitiamo solleciti la tomba di 
Alfieri. Ma non siavi chi ardisca fra noi di abbracciare quell'urna 
santissima, se pria non è in lui la ferma risoluzione di sagrificare 
gli affetti privati, le gare puerili, le mire ambiziose, lo stato, la 
persona ed il nome, se fìa mestieri pur anco, all'unico, ardente e 
nobile desiderio di giovare con ogni sforzo ai proprj concittadini. 



FINE. 





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